di Giorgia Mantovani (2D)

Il 2021 è stato dichiarato l’Anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile. La risoluzione è stata adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 2019 per sollecitare i governi ad adottare le misure necessarie per promuovere il lavoro dignitoso e raggiungere alcuni degli obiettivi previsti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile: porre fine al lavoro minorile entro il 2025, mettere termine al traffico di esseri umani e alla schiavitù moderna entro il 2030, accelerare il progresso per raggiungere questi obiettivi.

Con l’espressione “lavoro minorile” si intende una qualsiasi attività lavorativa che priva i bambini e le bambine della loro infanzia e influisce negativamente sul loro sviluppo psico-fisico. A questi bambini viene negato il diritto di andare a scuola, la possibilità di giocare e di godere dei loro affetti. Essi sono spesso reclusi, emarginati, esposti a sofferenze fisiche e psicologiche, solo perché sono più facilmente sfruttabili rispetto agli adulti, sono più abili e veloci, si accontentano di poco e non dicono mai di no.

La povertà è la principale causa dello sfruttamento minorile, un fenomeno presente soprattutto nei Paesi poco sviluppati (Asia, Africa, America Latina), che utilizzano i piccoli lavoratori nel settore agricolo (70% dei casi), nella pesca, nelle miniere, nelle industrie e nei laboratori artigianali per produrre ad esempio tappeti, scarpe, palloni.

Oggi, secondo i dati diffusi dall’Unicef, l’organizzazione dell’ONU che si occupa di tutelare i diritti dell’infanzia, i bambini tra i 5 e i 17 anni costretti a una vita di lavoro, senza istruzione né divertimenti, sono nel mondo oltre 200 milioni.

Il lavoro minorile ha conseguenze negative non solo per il singolo bambino, a cui viene impedito il pieno sviluppo psico-fisico, ma anche per la società e per l’economia dell’intero Paese in cui quel bambino vive. I giovani che non sono capaci di leggere e scrivere e che non conoscono i propri diritti, infatti, saranno costretti per tutta la vita ad accontentarsi di lavori umili e poco retribuiti e rimarranno nella povertà. 

Negli ultimi vent’anni sono stati compiuti significativi passi avanti per contrastare il fenomeno dello sfruttamento minorile. Se nel 2000, infatti, il lavoro minorile coinvolgeva 246 milioni di bambine e bambini, oggi 94 milioni di quei ragazzi sono stati strappati allo sfruttamento e tali progressi hanno riguardato soprattutto l’Asia centrale e l’Europa Orientale.

Anche noi possiamo fare la nostra parte, magari acquistando merci “equosolidali”, in modo da essere certi di non utilizzare prodotti derivati da sfruttamento minorile, oppure evitando di comprare i prodotti realizzati da aziende che non garantiscano di non servirsi di lavoro minorile.

È molto probabile che i bambini siano stati impiegati nel lavoro fin dai tempi più antichi, soprattutto nei campi o come pastori, ma è dall’epoca della Rivoluzione industriale che il fenomeno si è diffuso su larga scala. Nei secoli XVIII e XIX, infatti, i bambini lavoravano nelle fabbriche tra le dodici e le quattordici ore al giorno e venivano pagati, generalmente, la metà degli uomini adulti.

Lo scrittore inglese Charles Dickens, uno dei maggiori autori della letteratura inglese dell’Ottocento, ha spesso affrontato nelle proprie opere il tema dello sfruttamento minorile.

L’abbandono e lo sfruttamento infantile erano molto diffusi ai suoi tempi. Molti bambini poveri, infatti, erano costretti a lavorare nelle fabbriche tessili, sottopagati e maltrattati. La situazione peggiore era vissuta da coloro che nel XIX secolo erano impiegati nelle miniere dello Staffordshire, del Lancashire e del West Riding e lavoravano duramente per dodici ore al giorno, riempiendo i carrelli con il carbone e spingendoli lungo la miniera. Una bambina di otto anni, Sarah Gooder, ha così descritto la sua giornata nella miniera: «Devo lavorare senza luce e ho paura. Vado a lavorare alle quattro e a volte alle tre e mezza del mattino e finisco alle cinque e mezza della sera. Non vado mai a dormire. Qualche volta canto quando c’è luce ma non al buio: non oso in quel caso».

Ognuno di noi è influenzato dalla realtà che lo circonda e Charles Dickens non fa eccezione. La sua Inghilterra dell’Ottocento si ritrova, infatti, in Oliver Twist, un romanzo pubblicato nel 1837 e ambientato a Londra e dintorni durante la rivoluzione industriale. In esso lo scrittore presenta la situazione drammatica di un piccolo orfano che, dopo aver passato alcuni anni prima in un orfanotrofio e poi in un ospizio parrocchiale per poveri, tra sofferenze e soprusi, all’età di nove anni viene mandato a lavorare presso un fabbricante di bare, dove insieme ai suoi piccoli compagni patisce fame e maltrattamenti. Oliver, esasperato, si guadagna la fama di agitatore e, allontanato dalla fabbrica, va a cercare fortuna a Londra. Qui viene reclutato, insieme ad altri ragazzi, in una banda di ladruncoli, che ha come capi il vecchio ebreo Fagin e il violento Bill Sikes. Dopo varie disavventure, tra cui un arresto per un tentato furto in casa della signora Maylie (che si scoprirà poi essere la zia di Oliver), il passaggio forzato ad un’altra banda e un ferimento, Oliver viene tolto dalla strada e adottato da Mr. Brownlow, un anziano e ricco gentiluomo, che lo prende in simpatia e gli fornisce un’educazione, permettendogli di cominciare la propria vita da borghese ben inserito nella società.

Dickens è in realtà sia l’autore che il protagonista della sua opera. Parla di bambini abbandonati e di minori sfruttati, ricordando la sua infanzia. I temi trattati nell’opera sono, infatti:

  • lo sfruttamento minorile nelle fabbriche, sperimentato dallo stesso Dickens a dodici anni;
  • il degrado degli slums, cioè i quartieri degli operai;
  • l’ingiustizia sociale.

Al centro della critica dello scrittore ci sono le istituzioni inglesi (come l’orfanotrofio, il tribunale e il carcere), di cui l’autore denuncia la natura autoritaria e l’uso eccessivo ed ingiustificato della violenza. La piccola borghesia è contrapposta alle istituzioni e rappresenta i valori positivi della società, incarnati in Mr. Brownlow e nella signora Maylie, che provvidenzialmente intervengono per salvare Oliver da una vita di crimini e ingiustizie.

Dal libro sono stati tratti vari film, tra cui Le avventure di Oliver Twist (1948), diretto da David Lean. Il film nel 1999 è stato inserito al 46º posto della lista dei migliori cento film britannici del XX secolo e nel 1948 ha vinto il “Premio internazionale per la migliore scenografia” al Festival di Venezia. Centocinquantacinque minuti di scene in bianco e nero che, se un po’ pesanti nella parte iniziale del film, poi coinvolgono lo spettatore e lo trasportano negli squallidi ghetti in cui si svolgono le vicende.

Tra i miei personaggi preferiti c’è, ovviamente, il giovane protagonista, interpretato dall’attore John Howard Davies. Oliver Twist, buono e sensibile, non si lascia mai abbattere dalle difficoltà ma, anzi, cerca sempre di trovare una via d’uscita da un mondo malvagio che non gli appartiene. Lotta contro tutti i problemi della vita che lo colpiscono, riuscendo a sfuggire al male.

Bravo è anche l’attore di punta del film, Alec Guinness, nella parte di Fagin, che si presenta con un trucco pesante, un naso finto e un modo di fare meschino e forzatamente sdolcinato. Una personaggio caratterialmente disgustoso, proprio come lo è il suo aspetto fisico.

Nel film si distinguono facilmente i buoni dai cattivi, per cui il messaggio per lo spettatore è chiaro: l’onestà e la bontà alla fine vengono sempre premiati, mentre chi imbroglia il prossimo o cerca di ottenere un vantaggio personale in modo sleale viene sempre smascherato e adeguatamente punito.

Le avventure di Oliver Twist è un bel film, pieno di buoni sentimenti ed adatto a tutta la famiglia, anche se le immagini in bianco e nero non penso abbiano molta presa sui più giovani.

Visto il tema fino ad ora trattato, prima di concludere vorrei ricordare una data importante, quella del 12 giugno. In tale giorno si celebra la Giornata Mondiale contro il lavoro minorile, che ha l’obiettivo di porre l’attenzione di tutto il mondo sul gravissimo e, purtroppo, ancora diffuso fenomeno dello sfruttamento dei bambini sul lavoro.

Nella speranza che quanto prima i bambini non siano più sfruttati da adulti senza scrupoli, ricordiamoci la data del 12 giugno, magari scriviamola sul diario per non dimenticare la ricorrenza. Io l’ho già segnata!

2 Replies to “L’infanzia negata”

  1. Bellissimo articolo. La profondità dell’analisi e la cura nella sintesi rendono la lettura piacevole ed emotivamente coinvolgente. Lo stile è scorrevole e valorizza l’importante argomento trattato.

  2. Bellissimo articolo, scritto con un’ ottima proprietà di linguaggio e con grande padronanza dell’ argomento trattato. Forte emozione per me che ho visto crescere questa ragazza anche se non sono stata la sua insegnante. Brava Giorgia!

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