di Giorgia Mantovani (3D)

“Bottoni. Ma guarda il destino! Anche a me piacciono tanto. Ora che ci penso non te l’ho mai detto, ma ho diretto un’azienda di bottoni per anni”.

Il commerciante di bottoni, scritto da Erika Silvestri, è stato pubblicato nel 2007 dalla Casa Editrice Fabbri e, poi, ristampato nel 2016 dalla Rizzoli. La scrittrice è nata a Roma nel 1986 e oggi vive a Ladispoli. Dopo la laurea in “Storia medievale, moderna e contemporanea” conseguita presso l’Università “La Sapienza” di Roma, l’autrice ha iniziato ad occuparsi di ricerca storica e a collaborare con associazioni e istituti storici italiani e tedeschi.

Nel 2000 Erika prende parte ad un incontro tenuto nella sua scuola da Piero Terracina, deportato ad Auschwitz-Birkenau nel 1944, all’età di quindici anni. Pietro gira di scuola in scuola, raccontando la sua storia ai giovani. “Quando l’ho visto per la prima volta era in piedi vicino alla porta dell’aula dove avrebbe parlato. Sono entrata con i miei compagni e l’ho fissato a lungo” (pag. 21). “Qualcosa quel giorno mi ha legata a lui, quando l’ho visto piangere” (pag. 22).

Dallo scambio di lettere e dagli incontri tra i due protagonisti, sempre più uniti da un “affetto reciproco, bellissimo, che dà sapore alla vita” (pag. 63), nasce Il commerciante di bottoni. Il titolo non dice nulla in merito alla storia raccontata. Ai bottoni, infatti, sarà fatto soltanto un piccolo accenno quasi alla fine del racconto, dove si afferma che Erika e Pietro sono accomunati dalla stessa passione, cioè quella “per quei piccoli punti di colore solido” (pag. 141).

Belle sono le lettere di Piero, raccolte all’interno del libro. Molto delicato è il modo con cui lui cerca di raccontare ad Erika la drammatica esperienza del lager, stando sempre ben attento a scegliere le parole giuste, perché “è difficile raccontare i particolari dell’orrore” (pag. 95) e perché “ci sono cose che non si possono raccontare. È una questione di pudore” (pag. 97). Pietro sa bene che le sue parole possono far male. Agli altri, ma anche a se stesso. Si ricorda quando suo padre gli aveva raccomandato di “non perdere mai la dignità di essere umano”, ma nel lager lui l’aveva persa. Una ferita ancora aperta per Pietro che, però, non ha colpa per quella perdita. “Dopo qualche mese lì non c’erano persone. Eravamo tutti animali” (pag. 106).

Le vicende sono narrate in prima persona ed il linguaggio usato nell’opera è semplice e diretto. Credo che questa scelta sia dovuta alla giovane età dell’autrice al tempo della scrittura del libro, ma anche al fatto che, forse, Erika voleva raggiungere il più vasto pubblico possibile, soprattutto coetanei, e cercare così di tenere “accesa la fiamma della memoria dei fatti atroci che hanno segnato la storia dell’ultimo secolo” (pag. 43).

Uno dei due obiettivi del libro è, infatti, “far conoscere quello che è stato” (pag. 43), attraverso il racconto e l’esperienza diretta di un sopravvissuto, per evitare che quel passato ritorni. “Quando Dio mi chiederà cosa ho fatto in vita, Gli risponderò: ho ricordato” (pag. 16), dice Pietro. Il suo scopo, come quello di molti altri sopravvissuti agli orrori dei lager, è “trasmettere la nostra memoria alle nuove generazioni, affinché siano i giovani a farsene carico e diventino i nuovi testimoni, adesso e in futuro, per le generazioni che verranno” (pag. 57).

Un secondo obiettivo del libro è incoraggiare i lettori a non rivolgere lo sguardo altrove davanti alle sofferenze altrui, perché nessuno si può dire immune. Afferma, infatti, Erika: “sarebbe potuto capitare anche a me. Se fossi nata sessant’anni prima, avrei potuto vivere la stessa cosa” (pag. 35). 

La frase che mi è rimasta più impressa è: “per commettere i crimini più atroci non occorrono grandi personalità assassine, basta un popolo che sta dietro la finestra, che guarda e non vede” (pag. 44). È una triste verità, purtroppo, che era valida ai tempi del quindicenne Piero, così come è valida oggi. Il bullismo, l’emarginazione, gli atti di violenza, ecc. esistono perché, generalmente, gli uomini sono egoisticamente portati a preoccuparsi delle brutture che accadono intorno a loro soltanto se ne sono toccati da vicino.

“Tutti sapevano, ma la cosa riguardava gli altri e, in quel momento, gli altri eravamo noi ebrei” (pag. 44).

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