“Ho perso un po’ la vista, molto l’udito. Ma penso più adesso di quando avevo 20 anni. Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente”. Rita Levi Montalcini in questa intervista a Lo Stradellino ci racconta della sua vita e del suo lavoro. Chi meglio di lei può rappresentare l’Italia nella rubrica “Non ci vuole una scienza…ci vuole una scienziata”.

Buongiorno signora Montalcini, come sta? 

“Buongiorno, potete chiamarmi semplicemente Rita. In ogni caso, tutto bene, grazie”. 

Va bene Rita, allora iniziamo: ci vuole raccontare un po’ di lei?

“Certo. Sono nata il 22 aprile 1909 a Torino. I miei genitori erano ebrei ed avevo una sorella di nome Paola. Ho trascorso la mia adolescenza in un ambiente sereno, circondata sempre dall’affetto della mia famiglia”. 

I suoi genitori approvarono la sua scelta di diventare medico?

“Mio padre non è mai stato davvero d’accordo con questa decisione; nonostante questo, decisi nel 1930 di iniziare a frequentare la facoltà di medicina all’università di Torino”. 

Il fatto di essere donna ed ebrea le ha mai causato problemi durante la sua carriera universitaria?

“Beh, se non fossi stata una donna tenace, probabilmente avrei gettato le armi subito perché quelli non furono anni facili per nessuno. Nel 1938 vennero emanate le leggi razziali e, quindi, dopo la laurea fui costretta ad emigrare in Belgio per continuare gli studi. Pensate poi che all’università di medicina ero l’unica donna. Non era cosa comune studiare materie scientifiche per una ragazza dell’epoca”.

Perché ha scelto di diventare medico?

“Ho deciso di diventare dottoressa perché un giorno la mia tata si ammalò e morì di cancro. Eravamo molto legate perché è sempre stata con me da quando ero piccola. Quel triste episodio mi ha segnata molto e mi ha fatto capire che nella vita dovevo fare qualcosa di concreto per combattere quel male”.

C’è qualcosa nella medicina a cui è più legata?

“Sono affascinata soprattutto dai neuroni; infatti dopo la laurea ho iniziato le mie ricerche in questo campo insieme al professor Giuseppe Levi. Tale esperienza mi ha avviata alla carriera di medico neurologo. Tuttavia ho prestato anche servizio come medico generico; infatti, dopo la liberazione di Firenze, gli anglo-americani mi assegnarono al campo dei rifugiati di guerra per curare le malattie infettive, in particolare il tifo”.

Rita, lei ci ha resi orgogliosi ricevendo nel 1986 il Premio Nobel per la Medicina.

“Sì, è stato il più bel riconoscimento per gli anni dedicati alla ricerca in neurobiologia”.

Infine le volevamo chiedere se aveva un suo “motto”?

“Più che un motto, alle mie allieve ero solita dare questo consiglio, se così vogliamo chiamarlo: le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla, se non la loro intelligenza. E visto che sono intervistata da quattro giovani e brillanti studentesse, mi sembra una frase molto pertinente”.

Grazie mille per averci concesso un po’ del suo tempo, signora Rita.

“Di nulla, ragazze, anzi spero di venire intervistata nuovamente dal vostro giornale nei prossimi anni. Per me è sempre un piacere dialogare con voi giovani e provare a trasmettervi un po’ della mia passione”.

L’intervista è stata realizzata da Valeria Amadeo, Lisa Duranti, Asia Eteoli e Giulia Tescan (3C). Di seguito, vi proponiamo l’audio-intervista.

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