di Gaia Cutrera (3G)

Era agosto, faceva molto caldo. Precisamente era il 17 agosto del 1953 e mi trovavo al mercato, poco lontano da casa mia, su richiesta di mia madre per sbrigare dei servizi. Ero in attesa dietro ad una lunghissima ed interminabile coda per l’unica bancarella che vendeva dei viveri a basso costo, o meglio, per la mia famiglia lo erano sicuramente. Per quanto amassi uscire di casa, quella mattina per me fu una delle peggiori, o almeno così credevo. Mi sentivo la testa scoppiare e il sole mi penetrava ogni centimetro della pelle, facendomi
diventare un peperone a causa delle tante scottature. L’attesa in coda era molto lunga e noiosa, così decisi di vagare con lo sguardo e osservare le persone che si assalivano alle bancarelle, per accaparrarsi gli ultimi pomodori rimasti o scambiarsi tra di loro pacchi di pasta e pane.
Per passare il tempo, osservai quelle personcine per lunghi ed interminabili minuti e addirittura assistetti ad una rissa tra due vecchiette che cercavano di vincersi, almeno credo, un sacchetto di quelli che dovevano essere ravanelli. Anche se ero cosciente del fatto che non sarebbe stato educato, mi lasciai scappare una risatina a quella visione, che mi fece guadagnare anche un’occhiataccia da un signore baffuto che, in quel momento, stava passando proprio vicino a me.
Dopo l’ imbarazzo iniziale, continuai a guardarmi intorno, studiando con particolare attenzione i personaggi più particolari della piazza, ma i miei pensieri furono interrotti dalla voce del venditore che richiamava il mio nome, così potei comprare un po’ di pane e pochissime altre cose che ci potevamo permettere.
Dopo poco pagai e mi avviai in direzione di una stradina per tornare a casa. Nel frattempo passai davanti ad un giornalaio e restai lì impalato a vedere la gente così fortunata da potersi permettere il giornale!
Mi ricordo di quando, da piccolo, mio padre lo comprava e riuniva me e i miei cinque fratelli intorno alla sua comoda poltrona, con mia sorella in braccio e la mamma al suo fianco, raccontandoci ciò che accadeva nei dintorni o alle volte insegnandoci anche a proteggerci e ad affrontare varie situazioni che potevano capitarci nella vita.
Me lo ricordo papà da giovane: un uomo molto saggio ed affascinante, capace di incantare noi bambini con i suoi discorsi complessi e profondi, ma che ora hanno perso quella vivacità di un tempo. Invece mia madre era, ed è tutt’ora, una donna dolce e bellissima, con una faccia da angelo incorniciata dai suoi bei capelli corvini, al contrario di papà, che li aveva di un castano ambrato. Non mi sorprendo affatto che al loro primo incontro sia stato amore a prima vista!
E infatti dopo pochi mesi dal loro matrimonio nacque il primogenito, mio fratello Antonio, che ora ha 23 anni; poi Gabriele e Mirko di 22 e 21; io che nacqui due anni dopo, i gemelli Francesco e Michele di 18 anni e infine la nostra dolce sorellina Alice che, avendo 16 anni, viene trattata da tutti noi come “la piccolina della famiglia”.
A riscuotermi nuovamente dai miei pensieri, fu un urto improvviso che mi fece traballare. Ero un po’ stordito e mi accorsi di aver sbattuto contro un signore ben vestito che andava di tutta fretta.
“Che maleducato, nemmeno si scusa”, pensai tra me e me.
Rassegnato al pensiero di dover tornare a casa, abbassai lo sguardo e feci per prendere il sacchetto che, con l’impatto, era caduto a terra, ma al suo fianco, notai qualcosa brillare sui sampietrini. All’uomo erano cascate delle monete! E che valevano anche tanto!
Non ci potevo credere: che colpo di fortuna!
“E cosa dovrei fare ora?”, mi dissi. “Lo rincorro per restituirgliele o me le tengo?”.
Ero indeciso, e intanto ricercavo con lo sguardo quell’uomo dal bel vestito che ormai era scomparso tra la folla, come per magia. Con noncuranza, mi infilai quelle monete così preziose in tasca e indugiai un momento sul da farsi.
Cinque minuti dopo uscii dal giornalaio con il giornale del mattino in una mano e il mio sacchetto nell’altra.

Ero così emozionato, non vedevo l’ora di vedere la reazione di tutti alla vista del giornale. Chissà, magari sarei riuscito a rallegrare la mamma…in questi giorni era un po’ giù di morale. Continuai a camminare ed imboccai una via sterrata che mi avrebbe accompagnato a casa. Ripensai al giorno in cui vidi per la prima volta mia madre giù di morale, quando evidentemente ricevette una brutta notizia. Non ce ne parlarono mai chiaramente, accennarono solo di un incidente col lavoro, ma ci dissero di non preoccuparci perché non era nulla di grave.

Non feci nemmeno in tempo ad accorgermi che ero giunto a destinazione, quando una voce interruppe il mio flusso di pensieri.

<<Ciao Lu’!>>. Era mia sorella che mi salutò dal piccolo orticello, dietro alla traballante recinzione di legno, facendomi segno di raggiungerla. Con un salto scavalcai le travi e andai da lei.

<<Ciao Alice>> dissi sorridendole, mentre le mostravo cosa avevo comprato.

<<Oh Santo Cielo! Un giornale?!? E con quali soldi te lo sei comprato?>> mi chiese lei, stupita.

<<Beh vedi, oggi ho avuto fortuna. Un signore mi è andato addosso e gli sono caduti questi>>. Le feci vedere le monetine scintillanti e nel frattempo quei cerchietti di metallo attirarono l’attenzione anche dei gemelli e di Mirko, che mi vennero incontro correndo, sgranando gli occhi una volta avvicinatisi meglio.

<<Accidenti Lu’, tu devi appena essere stato baciato dalla fortuna!>> esclamò scherzosamente Michele.

<<Oppure nostro fratello è diventato un ladro professionista>> ribatté Francesco facendo ridere tutti a crepapelle.

<<Va bene, ora vado a consegnare la spesa a nostra madre e vi spiego tutto>>.

Entrai in casa. Essa si trovava in aperta campagna, circondata da un bel prato verde dove poi, in lontananza, si estendevano dei piccoli campi privati di gente del posto. La nostra abitazione era molto vecchia e per me era un miracolo che si reggesse ancora in piedi dopo così tanti anni. Mio padre l’aveva ereditata dal nonno quando morì e, per pagare molti debiti arretrati, aveva venduto la maggior parte degli arredi, che comunque all’epoca non avevano fruttato molto.

La porta era di un legno vecchio e consunto, che dava su un piccolo salottino, costituito da un divano e una  poltrona all’angolo della stanza, entrambi di un colore verde scuro leggermente sbiadito. Il camino si trovava a pochi centimetri dalla poltrona e conteneva i rimasugli di un povero falò acceso lo scorso inverno, e la cucina, ridotta solo a dei fornelli e delle mensole che racchiudevano tutto ciò che ci rimaneva del bel servizio di posate della nonna, andava a formare una stanza unica con il soggiorno. Quando osservavo quella stanza, venivo sempre pervaso da un senso di malinconia nel ricordare come, una volta, era molto più arzillo il fuoco nel camino, così come lo era la nostra famiglia. 

<<Sono tornato!>> dissi in modo da essere sentito fino alle stanza da letto, dietro il muro della cucina. Posai solo il sacchettino sul traballante tavolo di legno, aggiustato tempo prima da mio padre dopo che una sera aveva completamente ceduto, e mi diressi verso le uniche due camere che la nostra vecchia catapecchia possedeva. Oltrepassai la prima stanza – la nostra stanza – dove, stringendoci un po’, riuscivamo ad entrare tutti e sette noi fratelli e, poi, percorrendo un brevissimo tratto di corridoio, mi fermai sulla soglia della camera da letto dei miei genitori dove, poco più in là, c’era l’unico bagno della casa, che eravamo, purtroppo, costretti a condividere.

Rimasi lì davanti alla porta chiusa in silenzio per qualche attimo, cercando di percepire un qualsiasi rumore o suono. Udii uno strano bisbiglio provenire dalla stanza, di cui stavo studiando la porta in ogni suo minimo particolare per rimanere concentrato. Solo pochi attimi di confusione e poi capii che non era un bisbiglio quello, ma dei singhiozzi. Qualcuno stava piangendo!

Aprii la porta il più piano possibile, preoccupato, e lo spettacolo che mi si presentò davanti fu sconcertante. Mia madre di spalle, seduta sul bordo del letto, in preda ad un pianto incontrollabile, con la testa fra le mani, mentre mio padre, in ginocchio, era intento a calmarla stringendole delicatamente la mano e parlandole con una voce piuttosto bassa, udibile solo da lei.

Mi tradì il cigolio rumoroso della porta, che attirò l’attenzione dei miei genitori su di me. Mi guardarono entrambi con gli occhi lucidi e colmi di tristezza alla mia vista.

Ci furono pochi secondi di silenzio, un silenzio che parve prolungarsi all’infinito, un silenzio troppo rumoroso avvolto da un turbine crescente di quel che pareva essere un uragano. Mia madre si alzò e, cercando di trattenere i singhiozzi, venne ad abbracciarmi. Avrei dovuto dire qualcosa, ma so che un abbraccio valeva, in quel momento, più di diecimila parole e che, forse, era ciò di cui lei aveva veramente bisogno.

Ad un certo punto decisi di staccarmi delicatamente da quell’abbraccio. <<Mamma, cosa è successo? E perché piangi?>> le chiesi, preoccupato.

La donna chinò il capo e si voltò con sguardo incerto, alla ricerca di quello del marito. 

<<Figliolo, sta tranquillo. Io e tua madre ora vi spiegheremo ciò che avete il diritto di sapere, quindi…>> si schiarì la gola <<ti prego di radunare Alice e i tuoi fratelli in salotto, attorno alla mia poltrona, come facevamo ai vecchi tempi, ricordi?>>, disse con la voce spezzata.

Lo guardai per un attimo; vidi della compassione nei suoi occhi. Feci un cenno col capo per poi uscire da quella piccola stanza carica di malinconia. Ero confuso, non capivo cosa stesse succedendo, così corsi fuori  e chiamai i miei fratelli.

<<Ragazzi, entrate tutti dentro, i nostri genitori ci vogliono parlare!>>.

Tutti lasciarono perdere ciò che stavano facendo e mi raggiunsero, tranne Alice che andò a chiamare i miei fratelli maggiori che si erano allontanati.

Cinque minuti dopo eravamo tutti intorno alla poltrona di papà ad attendere in silenzio che uscissero dalla stanza, anche se eravamo molto confusi e desiderosi di spiegazioni. Poi sentimmo una porta cigolare, ci raggiunsero e si sedettero sul divano. Nel frattempo si era levato un mormorio preoccupato nella stanza, che mio padre zittì con facilità: <<Ragazzi calmatevi>> disse zittendosi per qualche attimo. <<Vi ricordate quando ci mettevamo tutti qui riuniti a leggere il giornale? Sono ormai passati più di dieci anni da quei bei vecchi tempi. Sono volati, non vi pare? Ora sto parlando con degli adulti, più che con dei ragazzi>> disse sorridendo a noi fratelli maggiori. Ricambiando quel sorriso malinconico, tirai fuori dalla tasca dei pantaloni il giornale che avevo comprato quella mattina e glielo porsi. Lui, prendendolo, mi guardò in un primo momento meravigliato e confuso, e poi gli scappò una lacrima silenziosa, che nessuno notò a parte me.

Dopo qualche momento di silenzio continuò il suo discorso. Noi ascoltavamo con attenzione; nella stanza si udiva un aria tesa di preoccupazione e triste verità, che ci venne rivelata tutta, senza giri di parole. 

Ad un certo punto, come se mi si fosse calato un sipario sopra agli occhi e alle orecchie, cominciai a non udire né vedere più nulla, se non una serie di immagini sconcertanti che mi balenavano in testa come i fuochi d’artificio la notte di capodanno. Ci era stata appena comunicata una notizia che ci avrebbe stravolto completamente l’esistenza. Non erano riusciti a pagare i debiti che avevano da tempo in sospeso e il lavoro ormai pagava poco e niente. Dovevamo lasciare la casa e dividerci. Dissero che, anche se a malincuore, era ora che qualcuno di noi si trovasse un’occupazione in città, al Nord. Passammo il pomeriggio a discuterne e alla fine arrivammo ad una conclusione. Io, Gabriele e Mirko saremmo andati a Torino, Antonio e i gemelli a Milano e i nostri genitori con Alice sarebbero andati a stare dalla nonna a Potenza, in Basilicata, dove avrebbero cercato lavoro. 

I giorni seguenti facemmo le valigie con quel poco che ci apparteneva e ci salutammo, promettendoci che un giorno ci saremo rincontrati. Io, Mirko e Gabriele lavorammo per qualche giorno nel paesino vicino al nostro, come spazzini e postini per pagarci il biglietto del treno, dormendo sotto un ponte isolato dal centro.

Il giorno della partenza ci presentammo in stazione un po’ spaventati all’idea di iniziare una nuova vita, da soli, ma prima o poi sarebbe dovuto comunque accadere, quindi ci facemmo coraggio e salimmo sul treno, che era appena arrivato.

Il viaggio fu piacevole: parlammo, scherzammo e mangiammo un misero panino che ci avevano offerto e fantasticammo molto su come sarebbe stata questa nuova città, i suoi abitanti, su quale lavoro avremmo dovuto fare e molto altro. Chissà cosa sarebbe successo e quanto tempo sarebbe passato prima di rivederci tutti…

TRE ANNI DOPO

Quel giorno a Torino faceva freddo e pioveva, ma ero lo stesso di ottimo umore perché mi stavo recando di tutta fretta, assieme ai miei due fratelli, alla stazione. Quella settimana avevamo ricevuto una lettera dai nostri genitori, in cui dicevano che ci sarebbero venuti a trovare! Eravamo felicissimi di quella notizia…ma non era l’unica che avevamo ricevuto in quei giorni. Infatti, prima dei nostri genitori, ci aveva scritto Antonio informandoci del suo futuro matrimonio!!! Eravamo molto emozionati, così avevamo deciso di raggiungerli subito, approfittando della situazione.

Sempre assorto nei miei pensieri, raggiungemmo il treno e iniziammo il nostro viaggio per Milano. Guardai la città scorrere attraverso il finestrino e tutto mi sembrò così felice e luminoso! Anche le gallerie, quelle buie ed interminabili gallerie che ti mettevano angoscia, così come può esserlo un momento buio della vita…ma tutti sappiamo che questo tunnel di oscurità prima o poi finisce e lascia spazio a quella piccola luce lontana, ma sempre più vicina, di speranza e di rinascita.

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