a cura della classe 5D

Tra il 1933 e il 1945 in Europa ci fu la persecuzione del popolo ebraico da parte dei nazifascisti il cui capo era Adolf Hitler.  I campi di detenzione nella Germania nazista furono istituiti subito dopo la nomina di Adolf Hitler a cancelliere nel gennaio 1933. Furono creati ad hoc, in modo improvvisato, come parte dell’ondata di terrore dal regime nazista contro gli oppositori politici del partito nazista. Nel 1933, decine di migliaia di prigionieri furono rinchiuse in questi campi iniziali improvvisati. La stragrande maggioranza dei prigionieri in questi campi iniziali era costituita da giovani uomini appartenenti al partito comunista tedesco o alle sue organizzazione affiliate. La maggior parte non fu mai accusata di alcun reato.

I campi di concentramento nazisti erano luoghi di detenzione extralegale. A differenza delle prigioni, i campi di concentramento erano indipendenti da qualsiasi controllo giudiziario. I nazisti imprigionavano le persone in questi campi senza accusarle di alcun crimine; la maggior parte non fu mai accusata di nessun reato.

In tutti i campi di concentramento, le SS disumanizzavano i prigionieri. Nella maggior parte dei casi, i capelli venivano rasati all’arrivo. I prigionieri erano costretti ad indossare uniformi carcerarie. Gli venivano assegnati numeri di matricola che il personale usava al posto dei loro nomi.

I nazifascisti pensavano che alcune persone fossero inferiori e si sentivano in diritto di maltrattarle e torturarle; le loro vittime erano: il popolo ebraico, i disabili, gli omosessuali, i rom, gli anziani e chi non la pensava come loro.

Questa discriminazione si chiama persecuzione: significa trattare qualcuno in modo ingiusto solo per chi è o per ciò in cui crede.

Con il tempo le leggi diventarono sempre più dure per gli ebrei:

  • non potevano più frequentare le scuole pubbliche;
  • non potevano lavorare in molti uffici pubblici;
  • non potevano entrare in certi negozi;
  • dovevano portare una stella gialla a cinque punte cucita sui vestiti.

Quando la persecuzione diventò veramente esagerata furono costruiti i campi di concentramento, come Auschwitz.

Auschwitz è il più grande campo di concentramento mai esistito e si trovava in Polonia. 

Un campo di concentramento era un posto dove venivano rinchiuse persone considerate perseguitate.

AUSCHWITZ: il campo che ci insegna il valore del rispetto

Ad Auschwitz le persone vivevano in condizioni durissime:

  • poco cibo;
  • freddo;
  • fatica;
  • malattie;
  • separazione dalle famiglie.  

Molte persone morirono lì; per questo è diventato il simbolo della Shoah (parola ebraica che significa “catastrofe”), cioè lo sterminio di circa sei milioni di ebrei.

Era un grande complesso formato da 3 campi: 

Auschwitz I: il campo originale;

Auschwitz II (Birkenau): il più grande, dove arrivavano i treni con i deportati;

Auschwitz III (Monowitz): era considerato maggiormente come campo di lavoro, dove molti prigionieri lavoravano forzatamente nelle fabbriche.

Le persone arrivavano ad Auschwitz con dei grandi treni merci. Viaggiavano in condizioni molto dure, senza acqua e cibo a sufficienza. 

Quando arrivavano, venivano divise: uomini da una parte; donne e bambini dall’ altra.

I soldati decidevano subito chi sarebbe stato costretto a lavorare e chi, purtroppo, sarebbe stato ucciso quasi subito.

La vita nel campo era molto difficile. I prigionieri dormivano in baracche affollate, su letti di legno; avevano pochissimo cibo; dovevano lavorare tante ore al freddo o sotto il sole; erano controllati da guardie armate.

Molti si ammalavano, erano deboli e malnutriti.

I prigionieri non erano chiamati per nome, ma con un numero, che gli veniva tatuato sul braccio. Questo serviva a togliere loro identità e dignità.

Anche molti bambini furono deportati. Pochissimi riuscirono a sopravvivere.

Nel campo di Auschwitz, soprattutto nella parte chiamata Birkenau, i nazisti costruirono delle stanze chiamate camere a gas. Erano luoghi creati apposta per uccidere molte persone in poco tempo.

Il campo di concentramento di VETRALLA

C’è un luogo dimenticato nei dintorni di Cura di Vetralla. Lì regna un silenzio greve, gonfio come una nuvola carica di pioggia e un’ombra grigia sporca il verde squillante dei prati. 

Tra alberi spogli, rovi e piante rampicanti stanno ricoprendo lentamente una decina di vecchi edifici, dalle piccole finestre strette e orlate di filo spinato.

Non tutti sanno che qui, nella quiete della campagna, tra il 1942 e il 1943 fu operativo un grande campo di concentramento per la detenzione di prigionieri militari catturati dai nazifascisti. Il campo di concentramento di Vetralla era il primo nel Lazio e il terzo in Italia per numero di prigionieri. Ne arrivò a contenere quattro mila: tra di essi, Albert Edward Penny, ufficiale della Marina Britannica, che all’alba del 5 ottobre 1942 riuscì ad evadere dal campo a bordo di una bicicletta rubata. Albert riuscì a percorrere tutto d’un fiato gli ottanta chilometri che lo separavano dal Vaticano, e andò a chiedere aiuto al ministro britannico presso la Santa Sede, che lo tenne con sé al sicuro fin quando non venne rimpatriato, il 3 gennaio 1945.

Chi non conosce la storia è destinato a ripeterne gli errori. Ma per conoscere a fondo la storia dobbiamo anche preservare i luoghi in cui essa si è manifestata, nel bene e nel male. 

Il campo di Vetralla, se ripulito e valorizzato, potrebbe diventare un luogo della memoria dove portare i nostri figli e i nostri nipoti, e spiegare una volta di più che la guerra è un orrore.

“Oltre il recinto”, dove l’orrore si è fatto giardino

Anonimi edifici ridotti a rovine, sommersi dalla vegetazione, con il filo spinato alle finestre proprio ad un passo dalla “vita di tutti i giorni”: ecco ciò che resta del campo di prigionia 068, diventato in pochi mesi il più grande del Lazio ed il terzo su quarantacinque in Italia.

Situato nelle campagne di Vetralla, il campo era costruito su una superficie di circa 5 ettari di terreno ed era composto da 13 edifici in grado di “ospitare” più di 4000 prigionieri.

Non era un campo di sterminio ma di prigionieri. I soldati avevano diritti minimi garantiti dalla convenzione di Ginevra: potevano ricevere pacchi della croce rossa ma sostanzialmente era un campo di tende dove vennero usati edifici esistenti come stalle e magazzini. Era descritto dai prigionieri come un luogo di privazioni e di fame.

Il progetto di costituire il campo risale al 1940; in cambio doveva essere costruita una strada che collegasse la Cassia con il campo stesso, “strada che sarebbe risultata utile ai cittadini anche dopo la guerra”. Il primo tentativo di costruzione del campo fallì a causa di problemi relativi all’acquedotto comunale che generarono profondi dissidi con l’Amministrazione comunale dell’epoca. I lavori iniziarono per volere del Genio Militare nei primi mesi del 1942 e a luglio dello stesso anno arrivarono i primi prigionieri: 250 inglesi. Di lì a poco il numero sali vertiginosamente fino a superare le 3000 unità. La maggiore parte degli internati erano stati catturati in Africa settentrionale ed orientale.

Il 5 ottobre del 1942 ci fu una evasione rocambolesca, quella del marinaio inglese Edward Penny, che si trasvestì da contadino eludendo la sorveglianza delle guardie e scappò. Appena uscito rubò una bicicletta e percorse circa 68 km pedalando dalla via Cassia fino a Roma, nella città del Vaticano, dove riuscì a farsi ricevere dal Ministro Britannico, ma la sua libertà purtroppo durò pochi giorni perché le autorità vaticane lo riconsegnarono agli italiani.

Proprio alla vigilia di Natale, il 22 dicembre del 1942, a solo sei mesi dall’apertura, il campo venne ufficialmente ed improvvisamente chiuso ed i prigionieri furono spostati in altri campi, tra cui quello di Acquapendente (VT), ancora in costruzione (il campo venne definitivamente abbandonato il 10 gennaio del 1943). Le motivazioni della chiusura sono ancora oggi ignote.

Molti di questi campi furono smantellati subito dopo l’armistizio del’8 settembre del 1943. La confusione di quei giorni ha fatto sì che molti documenti andassero distrutti o persi.

Le brutalità naziste a Trieste: SAN SABBA

Anche in Italia esisteva un campo di concentramento con forno crematorio. 

Siamo a Trieste, nella Risiera di San Sabba. Il complesso venne costruito nel 1898 come stabilimento per la lavorazione del riso e dei cereali. Il 10 settembre 1943, all’indomani dell’occupazione nazista nei territori di Udine,

Pordenone, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e la provincia italiana di Lubiana, i tedeschi trasformarono in via ufficiale la risiera in un POLIZEIHAFTLAGER cioè un campo di detenzione di polizia. In realtà svolse funzioni ben più orribili di un campo detentivo. Servì in particolare ad eliminare gli appartenenti alla resistenza operanti nel litorale adriatico, ma altrettanto importante fu la sua funzione di campo di transito per gli ebrei della regione destinati ai campi di sterminio.

Oltre ai prigionieri uccisi sul posto e deportati, vi furono rinchiusi anche i civili catturati nei rastrellamenti o destinati ai lavori forzati. L’ammontare complessivo delle vittime di San Sabba è stato ed è tuttora oggetto di discussione: le stime vanno da un minimo di 2000 persone a un massimo di 5000, eseguite nei modi più orribili che si possa pensare. Circa 1450 ebrei deportati dall’OZAK passarono dalla Risiera; di questi solo una ventina fece ritorno. Di 28 ebrei invece è stata accertata l’uccisione all’interno del lager in quanto non in grado di affrontare il trasporto perché vecchi o malati.

I nazisti, dopo aver utilizzato per le esecuzioni i più svariati metodi, come la morte per gassazione con automezzi appositamente attrezzati, si servirono all’inizio del 1944 dell’essiccatoio della risiera come forno crematorio. L’impianto venne utilizzato per lo smaltimento dei cadaveri a partire dal 6 aprile 1944, quando vennero cremati una settantina di ostaggi fucilati.

Il forno crematorio e la connessa ciminiera furono abbattuti con esplosivi dai nazisti in fuga nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, nel tentativo di eliminare le prove dei loro crimini. 

Sul medesimo luogo sorge oggi una struttura commemorativa costituita da una piastra metallica sul posto dove sorgeva il forno crematorio e da una stele che ricorda la presenza di una ciminiera.

Di seguito le immagini della presentazione sull’argomento realizzata da Caterina Annaloro (5D).

Le nostre riflessioni

Studiare Auschwitz e quello che è successo durante la guerra non serve a rimanere tristi, ma a diventare più consapevoli.

Ci insegna che l’odio, la discriminazione e il pregiudizio possono crescere se nessuno li ferma.

La storia ci ricorda che ogni persona è importante, qualunque sia la sua religione, il colore della pelle o le sue idee.

La storia di Auschwitz, così come quella della Risiera e di Vetralla, ci ha sconvolto nel profondo. Si pensa che queste azioni terribili fatte al tempo della guerra accadessero lontano dalle nostre case: questo approfondimento ci insegna l’esatto contrario. Tutto quello che abbiamo scoperto rappresenta la totale oscenità realizzata per mano umana su altri umani. Avremmo voluto concludere che non si doveva fare, non si deve fare oggi e che non si dovrà MAI fare per il resto dell’esistenza del genere umano; purtroppo però ci sono troppi conflitti in corso nel mondo, come la guerra in Ucraina, il conflitto a Gaza, la guerra in Yemen, senza dimenticare le gravissime guerre civili in Sudan e la Repubblica Democratica del Congo. Questi conflitti stanno causando milioni di sfollati, morti e feriti, e stanno avendo un impatto devastante sulle popolazioni coinvolte.

Risulta difficile dire se l’umanità abbia imparato qualcosa dalla storia, ma è chiaro che ci sono ancora molti problemi irrisolti e che la violenza e la guerra continuano a essere una realtà in molte parti del mondo.

Ricordare, per non dimenticare, per non farlo accadere (di nuovo).

L’immagine in copertina è tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_concentramento_di_Auschwitz

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