di Adriano Mazzafoglia (1C)

La storia è un insieme di grandi eventi, battaglie e decisioni politiche. Tuttavia, con la Shoah, la storia si è fatta individuale, misurandosi non sui grandi numeri, ma sulla singola vita umana. Il titolo di “Giusto tra le Nazioni”, istituito dallo stato di Israele nel 1953, non è una semplice onorificenza, è il riconoscimento di una resistenza morale. Essere un Giusto significava, in un mondo che aveva smarrito il senso riconoscimento della vita umana, decidere di restare umani.

Per comprendere l’ eccezionalità dei Giusti, occorre analizzare l’ ambiente in cui operarono. La storica e filosofa statunitense Hanna Arendt, seguendo il processo di Adolf Eichmann – militare e funzionario tedesco considerato uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei nella Germania nazista -, coniò l’espressione “Banalità del Male” per descrivere come orrori indicibili potessero essere compiuti da persone che si limitavano a “eseguire ordini”. In questo scenario, la maggior parte della popolazione europea scivolò in quella che Primo Levi definì la “zona grigia”: uno spazio di apatia, complicità passiva e indifferenza. Il Giusto è colui che rompe questo grigiore. Mentre la massa sceglieva il silenzio per paura o convenienza, i Giusti scelsero l’azione, trasformando la loro coscienza in un tribunale superiore a quello delle leggi discriminatorie del tempo. Essi dimostrarono che il pensiero critico è la prima difesa contro le barbarie.

CHI ERANO I GIUSTI? 

L’aspetto più affascinante dei Giusti è la loro diversità. Non erano eroi addestrati, ma persone di ogni estrazione sociale:

  • diplomatici e funzionari, come Giorgio Perlasca o lo svedese Raoul Wallenberg, che usarono la burocrazia, (l’arma stessa del regime) per salvare migliaia di vite attraverso visti falsi;
  • sportivi d’élite, ad esempio il famoso ciclista Gino Bartali, che sfruttò la sua bicicletta per trasportare documenti d’identità contraffatti nel telaio durante i suoi allenamenti;
  • gente comune, come contadini, suore e operai che nascosero famiglie intere nelle cantine dividendo il poco cibo disponibile e sfidando la costante minaccia delle soffiate.
  • medici, come Carlo Angela che, all’epoca direttore di una casa di riposo per malati mentali, riuscì a dare rifugio a numerosi ebrei e alle persone che lottavano contro il fascismo, salvando loro la vita. Carlo non pubblicizzò mai questa attività, che rimase sconosciuta fino al 1995, quando la pubblicazione dei diari di alcuni Ebrei da lui salvati ne fece conoscere le imprese.

Questo accadde a tutti i Giusti: le loro azioni rimasero nascoste per molto tempo e furono gli ebrei salvati a raccontarle. Ciò che accomuna i Giusti è infatti la gratuita. Il giusto non agiva per denaro o gloria, ma per un impulso immediato di fronte alla sofferenza dell’altro.

IL GIUSTO COME ESEMPIO CIVICO 

Oggi la memoria dei Giusti ci pone questa domanda, soprattutto a noi giovani: come reagiamo di fronte alle ingiustizie o all’indifferenza verso chi soffre? Il loro esempio ci insegna che non serve essere persone straordinarie per fare la differenza; serve però il coraggio di non essere semplici spettatori. I “Giardini dei Giusti” nati in tutto il mondo onorano oggi chi si oppone ai genocidi in ogni tempo, ricordando che la democrazia richiede piccoli atti quotidiani di giustizi. 

In conclusione, i Giusti tra le Nazioni rappresentano la vittoria della luce sul buio. Essi non hanno cancellato l’orrore della Shoah, ma hanno impedito che l’umanità ne uscisse totalmente sconfitta. Ricordare i Giusti non significa solo onorare il passato, ma impegnarsi per il futuro. Ogni albero piantato in loro onore è una richiesta silenziosa: in ogni momento storico l’uomo ha il potere di dire “no” e di tendere la mano, restando custode del proprio fratello.

IL CORAGGIO DI IRENA SENDLER

Nella mia classe abbiamo deciso di approfondire la storia di Irena Sendler. Al tempo della Seconda Guerra Mondiale Irena era un’infermiera e assistente sociale polacca. Nel 1965 è stata riconosciuta come ”Giusta tra le Nazioni” dallo Yad Vashem perché riuscì a salvare circa 2.500 bambini ebrei dal ghetto di Varsavia, fornendo documenti falsi e nascondendoli in case, conventi e orfanotrofi.  Annotava i veri nomi dei bambini e le loro nuove identità su strisce di carta, conservandole in barattoli di vetro sotterrati sotto un albero, per permettere il ricongiungimento familiare una volta terminata la guerra. Nel 1943 fu arrestata dalla Gestapo, torturata e condannata a morte, ma riuscì a salvarsi. Oltre al titolo di Giusta, nel 2007 è stata candidata al Premio Nobel per la Pace. La sua frase più celebre è quella che ci ha colpito di più: “Dobbiamo lottare per ciò che è buono, il buono deve prevalere ed io ci credo. Finché vivrò, finchè avrò forza, professerò che la cosa più importante: è la bontà”.

Ecco di seguito il cartellone che abbiamo dedicato a Irena.

L’immagine in copertina è tratta da https://www.pietredellamemoria.it/pietre/distributore-non-automatico-di-coraggio-cotignola/

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