a cura della classe 2C

Gino Bartali (Ponte a Ema, 18 luglio 1914 – Firenze, 2 maggio 2000) è stato un’icona del ciclismo italiano e un eroe civile, noto sia per i suoi trionfi sportivi sia per le sue azioni umanitarie durante la Seconda Guerra Mondiale. Soprannominato “Ginettaccio” o “Ginaccio” per il suo temperamento sanguigno, la sua storia va oltre lo sport, incarnando i valori della resistenza e della solidarietà.

La carriera di Bartali si estese dagli anni ’30 fino ai primi anni ’50 ed è caratterizzata da un’epica rivalità con Fausto Coppi. I suoi principali successi includono tre Giri d’Italia (1936, 1937, 1946) e due Tour de France (1938, 1948).

Il lato più straordinario della vita di Bartali emerse nel dopoguerra, quando si scoprì il suo ruolo attivo nella Resistenza e nell’assistenza agli ebrei perseguitati. Tra il 1943 e il 1944, infatti, il ciclista, ma anche fervente cattolico, rischiò la vita: durante i suoi allenamenti in bicicletta tra Firenze e Assisi, nascose documenti falsi e fotografie nella canna e nel sellino della sua bicicletta, consegnandoli a organizzazioni clandestine che si occupavano di far espatriare gli ebrei. La bicicletta di Gino Bartali fu la bicicletta della salvezza per tante persone: egli riuscì infatti a salvare circa 800 ebrei e nascose anche un suo amico ebreo con la famiglia in una cantina di sua proprietà.

Per fortuna queste persone non hanno sofferto il trauma che invece è toccato a coloro che sono stati deportati nei campi di concentramento, che sono morti o che sono rimasti in vita e ricordano i maltrattamenti subiti. Non si cancella il passato! Trattare altre persone come animali ci fa veramente provare rabbia.

Oltre a Gino Bartali, anche altri italiani e non solo aiutarono gli ebrei durante le persecuzioni: molti sono stati insigniti di un’onorificenza, quella di “Giusti tra le nazioni”, e a loro sono dedicati diversi giardini in tutto il mondo, come il Giardino dei Giusti a Gerusalemme.

“Se io fossi vissuto all’epoca della Shoah, avrei dovuto fare i conti con la paura e il silenzio che circondavano tutti in quel tempo. Mi piace pensare che avrei aiutato chi veniva perseguitato, che non avrei voltato lo sguardo dall’altra parte, proprio come hanno fatto i Giusti, ma la verità è che non è facile essere coraggiosi quando si rischia la propria vita, soprattutto per un ragazzo della mia età. Io non avrei certamente avuto il coraggio di rischiare da solo la mia vita per salvare quella di un’altra persona, nemmeno il potere di cambiare gli eventi e di fermare quell’orrore, ma avrei comunque avuto una responsabilità nelle mie scelte. Avrei potuto fare piccole scelte importanti come non accettare l’odio, non prendere in giro né escludere chi veniva discriminato. Nel mio piccolo avrei potuto mostrare rispetto, solidarietà e umanità, perché anche i gesti più semplici sono importanti di fronte all’ingiustizia” (Sadat Mughdo Hussein); “Io, fossi stato lì, cosa avrei fatto? Ho sempre visto film e documentari su questi eventi, ma non mi sono mai domandato come avrei reagito. Pensandoci, la guerra è una cosa troppo brutta, la paura di morire e lasciare tutto, la mia famiglia, sarebbe stata troppa, quindi credo che non avrei fatto niente per aiutarli, per il terrore che avrei provato. So che avrei sbagliato, ma lo avrei fatto solo per provare a salvarmi. Ammiro molto chi, superando la propria paura, ha agito salvando la vita di chi neanche conosceva a volte, solo per fare la cosa giusta. I giusti italiani sono per me da ricordare per sempre come eroi (Riccardo Pellegrini).

Di seguito gli elaborati artistici sul tema realizzati dalle classi 1A e 2C. L’immagine di copertina dell’articolo è stata realizzata dall’alunno Sadat Mughdo Hussain (2C).

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